mercoledì 23 maggio 2012

Mario Monti e le seghe di Riccioli d'Oro

   Qualcuno ha scopato nel mio letto” dice Papà Orso.
   Non è vero – risponde Riccioli d’Oro – gli ho fatto soltanto una sega e basta”. Il maresciallo ci crede e non ci crede, suda perché nel Salento a maggio è già estate, e il tutto non è un luogo comune, ma soprattutto perché sa che il vero problema è un altro.
   Il vero problema è che tra mezz’ora gli telefonerà di nuovo la procura per sapere come vanno le indagini e loro sono punto daccapo, a discutere solo dei casi spiccioli, come quello della famiglia Orsi che tutti i giorni viene a denunciare quella zoccola di Riccioli s’Oro, che, malgrado la diffida, di scopare a casa propria non ci pensa nemmeno anche adesso che è cresciuta. Poi c’è quell’altro mentecatto che viene a firmare tutti i giorni in bici, inseguito dai giornalisti di Studio Aperto e dai cazzoni curiosi che vogliono farsi riprendere dalle telecamere di Studio Aperto.
   Che faccio marescià’, provo a chiedere anche a lui se sa qualcosa?”.
   Va bene, tanto quello che dice se lo rimangia, ma almeno è un inizio” nel senso che se la bomba l’avesse messa lui il caso è risolto, visto che dai Carabinieri c’è venuto da solo.
   Non è stata Sabrina, la bomba l’ho messa io perché ero arrabbiato perché non partiva il trattore, anzi non è vero niente!”.
   Va bene, grazie, firmi e si levi dai coglioni, che oggi non è aria”.
   Marescia’, mo che facciamo? Siamo già scartati tutti i sospetti”.
   Abbiamo già scartato, non siamo!”.
   Vabbè però non abbiamo venuti a capo di niente”. E questo è incontestabile. I sospettati hanno un alibi di ferro: la criminalità organizzata non c’entra, Berlusconi era a un’orgia, Michele Misseri stava potando le siepi ripreso dalle telecamere di Studio Aperto, Valpreda è morto. Com’ è che ci sono mille telecamere, microspie, intercettazioni, social network ed altri strumenti di schedatura e sappiamo i cazzi di tutti, da Belen a Riccioli d’Oro, e solo ste cazzo di bombe, non si capisce mai chi le abbia messe? A meno di voler credere veramente che gli accusati, poi condannati, per le stragi del passato siano veramente stati loro, o quand’anche lo fossero stati, abbiano veramente agito per conto proprio e senza che nessuno glie lo abbia ordinato.
   Ecco, questo è un punto di partenza: il collegamento con le stragi del passato.
   Ma apparentemente non c’è, marescia’!”. Ma anche le altre piste battute fanno schifo, perché non è verosimile che siano stati la mafia, Berlusconi o Valpreda. E quanto a Michele Misseri, beh, quel giorno il trattore gli è partito, lo ha fatto vedere Studio Aperto. È quindi molto più facile pensare che quando l’impopolarità dello stato tocca picchi massimi (tipo gli anni settanta, con i movimenti extraparlamentari più grossi dei partiti, o il 2012, con il governo tecnico non eletto che crea un buco da 20 miliardi mentre finge di voler restringere il debito), ci vuole un bel collante di fronte al quale tutti gli si stringano attorno. E visto che mancano ancora due mesi agli Europei di calcio, è meglio non correre rischi.
   Marescià, e mo dobbiamo fare, che arrestiamo Mario Monti, o Cesare Prandelli?
   Non hai capito niente nemmeno stavolta, ma non è colpa tua, del resto siete in 60 milioni. Non dobbiamo fare niente, o meglio dobbiamo fare tutto come prima, solo facendo la faccia triste quando Monti e Napolitano commemorano le vittime. Lo stato siamo noi, quante parti vuoi farci recitare?
   Comunque qualcuno ha sborrato nel mio letto” continua Papà Orso.
   È  impossibile – dice Riccioli d’Oro – perché stavolta ho ingoiato tutto!”.

venerdì 6 aprile 2012

Il banchiere con il pigiama a righe

   Vi è mai capitato che qualcuno vi abbia fatto il giochino idiota allostorico con il quale si chiede che cosa avresti fatto in una circostanza cruciale avendo la possibilità di deviare il corso degli eventi (tipo Ritorno al futuro parte seconda, tanto per capirci)? La allostoria è un ambito nel quale anche il più stronzo, e quindi il meno preparato, si sente un professore, perché si tratta di una storia non scritta, una pagina bianca e inerme nella quale ci puoi mettere di tutto. Tipo l’alloscrittore Brizzi, che si immagina che l’Italia dichiari guerra ad Hitler (prima dell’otto settembre s’intende) e vinca il mondiale mai giocato del 1942 (probabile), con tanto di campagna d’Africa in cui Montgomery ed Italo Balbo assieme sconfiggono Rommel (stronzatona, perché Rommel era in Africa solo perché gli italiani avevano degli aerei che nemmeno si alzavano in volo e gli autocarri senza freni e quindi da soli non avrebbero potuto sconfiggere gli inglesi, ma se fossero stati alleati degli stessi il problema di farci venire i tedeschi non si sarebbe posto).
   Io l’unico pensiero allostorico che ho avuto è stato quello di chiedermi che corso avessero preso gli avvenimenti se Ciccio Graziani non avesse sbagliato il rigore contro il Liverpool, ma a parte quello me ne sono sempre tenuto a distanza. Anche perché la domanda idiota allostorica che ti fanno di frequente è: cosa avresti fatto se avessi incontrato Hitler prima che diventasse Hitler, quindi tipo negli anni dieci? Il dilemma che la gente (che notoriamente non capisce un cazzo e ne sa ancora meno) si pone è: lo lasceresti vivo prendendoti la responsabilità di non avere evitato una tragedia immane, oppure avresti ucciso un uomo fino a quel momento innocente (con buona pace delle conquiste illuministiche)? Io, che ritengo che la vera tragedia immane del glorioso secolo che fu sia stata Roma – Liverpool, rispondo sempre: “gli avrei detto di non attaccare Stalin ma di concentrare le forze contro inglesi e americani, e poi di accettare i consigli di Kesserling sull’operazione Hercules e invadere Malta entro la fine dell’estate del 1942, così avremmo vinto la guerra”. Al che la gente (che notoriamente non capisce un cazzo e ne sa ancora meno) risponde allibita: “ma come, tu non sei comunista?” – “Infatti, per questo gli avrei detto di lasciare stare Stalin”.
   Il trip su cosa avresti fatto ad Hitler è un mega tormentone che tutta la gente (che notoriamente non capisce un cazzo e ne sa ancora meno) prima o poi si pone. C’hanno fatto pure un film (Una cena quasi perfetta) in cui un gruppo di studenti dell’America clintoniana uccide tutti quelli che rispondono che non l’avrebbero ucciso.
   La stessa gente (che notoriamente non capisce un cazzo e ne sa ancora meno) ha recentemente smesso per un attimo di pensare ad Hitler per indignarsi per il nuovo scoop sulla casta politica: quello del Bossi che si rifà la casa con i soldi del partito. Quindi anche loro, anche i duri e puri, anche quelli che sembravano così scemi da essere onesti, in realtà sono dei papponi che speculano sulla nostra pelle… eccetera eccetera eccetera.
   Scemi! Scemi! Scemi! Come al solito per sollazzare gli italiani i media gli hanno dato in pasto il loro osso preferito, la questione morale (che impera con successo dai tempi delle Verrine di Cicerone). E gli italiani ci sono cascati. Che Bossi fosse come tutti gli altri politici lo si sapeva, ma i suoi piccoli peccatucci meta borghesi sono stati messi in freezer, e scongelati all’occorrenza, ossia quando c’è stato bisogno di screditare il suo partito, L’UNICO CHE GLORIOSAMENTE NON HA PAURA DI DIRE LA VERITA’ SU MONTI. Il problema è che la gente notoriamente non capisce un cazzo e ne sa ancora meno, perché se no non proverebbe tanta indignazione sincera verso un politico che già vent’anni fa era stato condannato per essersi preso le briciole della così detta maxi tangente Enimont (vi ricordate? No, eh… me l’aspettavo), e accoglierebbe le critiche che la Lega Nord fa al presidente golpista del consiglio.
   A questo punto anche io ho smesso un attimo di pensare a Ciccio Graziani e ho iniziato ad andare in giro a porre a tutti una domanda allostorica sul governo italiano: “ma se tu fossi stato un ufficiale delle SS nella Budapest del 1944 e ti fossi trovato davanti il piccolo Schwartz prima che diventasse Soros, lo avresti risparmiato in quanto fino a quel momento innocente, o lo avresti ucciso evitando così la più grande tragedia del glorioso secolo che fu – dopo Roma – Liverpool ovviamente – ossia la privatizzazione dell’Alfa Romeo, della Italsider, della Bertolli, della Cirio e di tutta l’azienda di stato?” – “ma chi è questo Soros?” – “Niente, nessuno di importante”.

domenica 1 aprile 2012

Franco Mancini - Foggia piange il suo numero 1

   Con la morte improvvisa di Franco Mancini, oggi allenatore dei portieri del Pescara, Foggia perde il suo unico vero numero 1. Che poi sarebbe anche il numero 1 d'Italia, se solo nel calcio italiano ci fosse un po' di meritocrazia. Ma le cose sono così e non cambieranno: in Italia, se vuoi fare il portiere della nazionale, puoi essere anche disonesto, venderti le partite, scommetterci sopra, avere vinto due scudetti che poi ti hanno revocato per illecito sportivo, ma l'importante è che tuo padre, tuo zio o tuo nonno facesse il portiere della nazionale (capito a chi alludo?).
   Invece Franco Mancini aveva 3 grossi handicap che nel resto del mondo sarebbero considerati una cazzata, ma in Italia sono essenziali per non combinare un cazzo come portiere:

1) era più basso di un metro e ottanta (con buona pace di Tancredi, Buyo, Combi eccetera);
2) era meridionale, handicap grandissimo per farsi strada nel calcio italiano (vedi per esempio il suo conterraneo De Canio, che è sempre senza panchina, mentre le peggio merde allenano in serie A);
3) e soprattutto era amico di Zeman, e questa è la chiave per non aprire mai nemmeno un cassetto.

   Per il resto era solo il migliore portiere nelle uscite che l'Italia abbia mai avuto e l'unico ad avere infilato in tunnel niente meno che Van Basten.

giovedì 15 marzo 2012

Mario Monti o Alvaro Vitali?

   La Repubblica Popolare Scatologica ha scelto come presidente Alvaro Vitali, che ha accettato di buon grado e regna, ma non governa (infatti a governare sono io). La scelta è stata basata sul consenso popolare, testimoniato dai dieci miliardi di care vecchie lire che Alvaro ha fatto incassare nel biennio 1981-82 con soli due film, dai mega ascolti che ancora oggi le emittenti televisive fanno quando trasmettono i film di Pierino, e dalle centinaia di migliaia di visite che hanno le scene degli stessi inserite su youtube.
   La Repubblica Italiana ha invece scelto come presidente del consiglio l’economista Mario Monti, che si è insediato con la sua giunta golpistica e antidemocratica di finti tecnici (in realtà di dirigenti di banca che inspiegabilmente hanno lasciato posti pagati profumatamente per fare i ministri per qualche mese… e già questo dovrebbe puzzare, ma in Italia la puzza di merda è così forte da coprire tutto e tutti). La scelta non è stata basata sul consenso popolare, perché in verità gli italiani avevano scelto Berlusconi, piaccia o no è andata così. Solo che Berlusconi, che è un televenditore piacione con la passione per la figa, si è rivelato troppo lento nel realizzare il liberalismo assoluto e l’americanizzazione totale (proprio perché è un piacione e non può fare cose antipopolari tutte assieme), così le lobbies finanziarie (le vere padrone dell’Europa in questo XXI secolo) gli hanno detto: levati dal cazzo che ti facciamo vedere noi come si fa. L’escamotage è sempre il solito, quello del governo tecnico al quale tutti i partiti leccano il culo perché fatto da professori e generali e non dai soliti Mastella e Scillipoti, e perché così sviano l’opinione pubblica (idiota) per qualche mese dalle campagne contro i privilegi della casta. Ora, io l’ho già detto all’opinione pubblica: se scendete in piazza perché i parlamentari pagano 80 centesimi una porzione di lasagne al pesto alla mensa di Montecitorio, e non perché Marchionne assume la gente strafottendosene dei contratti collettivi nazionali e decurta gli stipendi in caso di mutua, avete dei problemi e anche molto seri. Ma sono problemi nostri. Nella Repubblica Popolare Scatologica gli unici a scendere in piazza sono i carri armati e le masse sono allineate in bell’ordine ai bordi delle strade a sventolare con entusiasmo le bandierine nazionali.
   Il passaggio golpistico in Italia si fa prima agitando la questione morale contro chi governa (che è ovvio che ha qualche scheletro nell’armadio, perché se fai una vita in cui sopra il tavolo ti passano dei soldi e sotto delle mignotte, va da se che qualcosa te lo prendi, quindi voi non siete più onesti di Craxi e Berlusconi, ma avete avuto solo molte meno opportunità di rubare e scopare), e poi instaurando un governo “tecnico”, non eletto dal popolo, e guidato guarda caso da un banchiere (Ciampi 1993, Dini 1995), nell’attesa che i politici di professione, quelli delle lasagne al pesto nella mensa di Montecitorio, si allineino bassamente al nuovo corso dettato dagli dei della finanza. Stavolta tocca a Mario Monti, che passa per essere destinato a togliere l’Italia dalla crisi, mentre in realtà è lì proprio per aggravarla, ma nessuno lo capisce e questo è veramente bello, perché almeno i greci lo capiscono che la merda che gli stanno servendo per dessert non è un budino al cioccolato.
   Mario Monti, prima di fare il presidente della giunta golpistica, faceva il caratterista a Cinecittà. E incrociò nel lontano 1981 proprio Alvaro Vitali, interpretando il medico che prescriveva le supposte al nonno di Pierino (il grande Riccardo Billi), che però non capiva come si prendevano e faceva telefonare al dottore da Pierino:
Dottore mi scusi, sono Pierino. Vorrei sapere come si prendono quelle medicine che ha dato al nonno. – Per via anale. – Grazie.”.
Che t’ha detto? – Per via anale. – E che vor dì? – E che ne so! – E richiamalo. – Ma, nonno, magari s’arrabbia. – Ma no che non s’arrabbia.”.
Dottore mi scusi, sono ancora Pierino. Potrebbe ripetermi come si prendono quelle medicine che ha dato al nonno. – Per via rettale. – Grazie.
Che t’ha detto? – Per via rettale. – E che vor dì? – E che ne so! – E richiamalo. – Ma, nonno, guarda che stavolta s’arrabbia. – Ma no che non s’arrabbia.
Dottore mi scusi, sono sempre Pierino. Non abbiamo capito come si prendono quelle medicine che ha dato al nonno. – In culo! Se le deve mettere in culo!”
Che t’ha detto? – A nonno, te l’avevo detto che s’arrabbiava!”
   Mario Monti ci aveva dunque annunciato tutto: prima ha provato a dircelo in bel modo, la via anale e la via rettale, poi ha parlato chiaramente. Ed ora è solo passato per incassare.

domenica 22 gennaio 2012

Il paese degli Schettini

   C’è una Italia che è fatta di persone che non si arrendono! Applauso. C’è una Italia di gente che lavora per gli altri: la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza! Applauso. C’è una Italia di gente che riga diritto, che fa il proprio dovere, che paga le tasse, con le quali finalmente possiamo pagare i soldi a strozzo che la BCE ha finto di prestarci in cambio della sovranità monetaria, così poi ci faranno un prestito ancora maggiore e sarà la fine! Applauso.
   C’è una Italia di giornalisti di merda che affollano le trasmissioni che ti aggiornano in tempo reale sul numero delle vittime ripescate dal naufragio della Costa Concordia, e che esaltano l’Italia della maggioranza silenziosa che riga diritto e paga le nuove tasse stabilite da Monti per portarci fuori dalla crisi. E questa Italia ha già scelto il proprio nemico nei politici della casta che non si diminuiscono gli stipendi e nel comandante sorrentino Schettino che ha abbandonato la nave per primo strafottendosene dei passeggeri. Tranquilli però, perché gli italiani non sono così, lo ha detto la televisione.
   Gli italiani sono un popolo di santi, di eroi, di poeti e di navigatori. Solo che di santi, dopo Filippo Neri, ne sono rimasti ben pochi. È vero, qualcuno, per sopperire alla carenza, ce lo siamo inventati, come Maria Goretti, che poverina non è stata violentata, come ha dimostrato Giordano Bruno Guerri, perché il suo assassino era impotente, e l’ha ammazzata proprio per la vergogna che lei raccontasse che non era riuscito a violentarla malgrado i tentativi. E nell’attesa che facciano santi quegli infami di De Gasperi e Woytjla (nemici giurati di ogni socialismo reale, compresa la Repubblica Popolare Scatologica), è meglio che l’appellativo di santi ce lo togliamo, perché, per la santificazione, pagare il canone Rai e votare per Di Pietro non basta.
   Gli eroi, a parte i vigili del fuoco che vengono decorati anche solo per avere salvato un gattino per le telecamere di Studio Aperto, sono finiti da mo’. Bene inteso che gli alpini che muoiono in Afghanistan e quelli che sono morti in Iraq non sono eroi, ma colonialisti armati di merda, uccisi dalla popolazione del paese che hanno invaso, che ha un sacrosanto diritto di difendersi.
   Di poeti ne abbiamo avuti tanti, eravamo i primi in classifica, fino alla fine dell’Ottocento, con Carducci, Pascoli, D’Annunzio. E pure il Novecento era iniziato bene, con Ungaretti, Montale, Quasimodo. Solo che a un certo punto ci siamo arenati. Considerato che Pasolini è morto nel 1975, sono quasi quarant’anni che non abbiamo un poeta, e il conferimento del premio Nobel per la letteratura a Dario Fo nel 1997 (con Luzi ancora vivente) è la riprova della dannazione eterna che accompagna la nostra poesia.
   Per quanto riguarda i navigatori… beh, direi che non è il momento giusto per fare questo discorso. O forse sì. Perché Schettino che lascia la nave e non affonda con lei, e che risponde all’ammiraglio che gli ordina di tornare a bordo “ma adesso è buio!”, è la massima forma di manifestazione della nostra italianità. Che è meschina, dite quello che vi pare, meschina e invidiosa. Schettino non è un’eccezione, perché il suo comportamento è perfettamente in linea con la tradizione militare italiana: generali incapaci e il più lontani possibile dalla prima linea, truppe allo sbaraglio e senza ordini, in preda ad un nemico che sciala. Il maresciallo Badoglio, per esempio, durante la ritirata di Caporetto si era strappato i gradi perché i tedeschi che lo rincorrevano, da lontano, non capissero che era un ufficiale. Trent’anni dopo, da capo del governo, si è arreso agli americani senza comunicarlo ai tedeschi, e quando è stato costretto a dare la notizia almeno agli italiani è scappato di notte in borghese, lasciando un milione e mezzo di soldati senza ordini. Poi alla fine della guerra gli hanno dedicato un paese.
   Nell’attesa che a Sorrento inaugurino la statua a Schettino (con il timone in mano, tipo il capitano del tonno Nostromo) facciamo un esame di coscienza (e un bel po’ di autocritica maoista): noi siamo il paese degli Schettini, non ci sono cazzi. Quella nave naufragata nel Tirreno (e non nella fossa delle Marianne) è la metafora del nostro paese. C’è un guasto grave e i capi fanno finta di niente, si mettono in salvo sulla pelle della gente, che crede che l’essere persone per bene basti ad avere il diritto di essere protetti dalle istituzioni.

venerdì 20 gennaio 2012

Pierino torna ancora (2009)

   E per finire: l’ennesimo ritorno: Pierino torna ancora ancora (precisano su un forum), perché è già tornato una volta. Dirige sempre Gianfranco Iudice (non c’è due senza tre). Non si hanno notizie sulla trama, però il progetto è partito realmente. Nel 2008 è uscito l’annuncio per i provini, che nell’autunno dello stesso anno si sono realmente tenuti e qualcuno li ha pure messi in rete (e pare che siano stati trasmessi anche in televisione sulle private lombarde). Avrebbe dovuto produrre la Excelsior Cinematografica di Milano, e le riprese sarebbero dovute partire da marzo 2009 in poi. Pare che qualche scena sia stata anche girata (c’è chi giura di avere visto un filmato di back stage, se così si può chiamare, con Alvaro vestito da benzinaio). Ma sicuramente le riprese non sono mai terminate e il progetto, l’ennesimo di Iudice, è per fortuna finito lì.

Pierino contro Fantozzi (2004)

   Il peggio è appunto questo. Ma per fortuna non se ne farà mai nulla. Si tratta solo di un progetto di Alvaro, quindi c’è solo il soggetto e nemmeno la sceneggiatura. Il progetto ce lo spiega proprio Alvaro in una intervista: dice di voler proporre a Villaggio un Pierino contro Fantozzi perché loro sono i soli due personaggi longevi e caratterizzati da un solo attore in tutto il cinema italiano. E fin lì ci sta. Poi prosegue con la trama di Pierino ormai all’università che fa gli scherzi e scureggia, e Fantozzi che è un suo professore. Mah!

Don Pierino (2000)

   Per fortuna non (ancora) girato, perché se trovano i soldi lo fanno, contaci che lo fanno. Anche se poi non lo distribuiscono, come tutti gli ultimi Pierini. Don Pierino nasce nella mente di Alvaro e della seconda moglie Stefania Corona come una sorta di parodia di Don Matteo. A quanto dichiarato in una intervista lo avrebbero già scritto, ma non è chiaro se si tratti di un film o di una serie. Comunque essendo finito Don Matteo potremmo non sentirne più parlare. C’è comunque di peggio.

Pierino il ripetente (1997)

   Il produttore De Benedittis, dopo il flop di Pierino torna a scuola (che è John Ford confrontato con il cinema di Iudice), si è reso conto della strada imboccata ed ha mollato l’idea di un Pierino al servizio di leva. Invece il regista Iudice, non pago di L’antenati tua e de’ Pierino, che la gente è scappata materialmente dalla sala all’unica proiezione, ha progettato un seguito e l’anno dopo lo ha realizzato. Almeno così pare. Si tratta di Pierino il ripetente, che le voci vogliono insistentemente girato e montato, ma mai distribuito, quindi questo non lo ha visto proprio nessuno. L’anno probabilmente è il 1997, anche se la scheda su Alvaro di wikipedia lo dà del 2003 e lo considera a tutti gli effetti un Pierino ufficiale. Probabilmente Angelo Russo, quello che nel precedente faceva il cavernicolo, qui fa il bidello.

L'antenati tua e de' Pierino (1996)

   L’idea non è malvagia, anzi lo è, però è meno peggiore di quello che poi deve essere venuto fuori. L’antenati tua e de’ Pierino è il secondo, per importanza, Pierino inediti. La trama è quella di un Pierino in tutte le epoche, tipo Superfantozzi, ma non è dato sapere quali epoche sono state allestite, a parte la preistoria, che ci è testimoniata dall’attore Angelo Russo, che avrebbe interpretato un cavernicolo e ha gentilmente concesso su internet una foto di lui in costume con Alvaro. Si tratta di un film amatoriale, girato probabilmente con un video tape da Gianfranco Iudice, giovanissimo apprendista regista siciliano (una specie di Vito Colomba del 2000). Si sa solo che le riprese avvengono nel 1996 in Sicilia e probabilmente lo avrà trasmesso qualche emittente privata siciliana. Inoltre, sul forum di Nocturno Cinema qualcuno racconta di una mitica anteprima (e ultima) proiezione al  cinema Quattro Fontane di Roma, alla quale prendono parte Alvaro e Mariano Laurenti (che però non c’entra con la realizzazione di questo capolavoro). Lo stesso che racconta di  avere avuto questo privilegio, dice anche di essersene andato disgustato a metà film. Purtroppo introvabile.

Pierino stecchino (1992)

   Il maggiore e più famoso dei Pierini inediti, quasi maledetto e ricercatissimo. L’aura di mistero lo ha fatto assurgere a capolavoro a scatola chiusa (si leggono commenti del tipo: “sarà sicuramente venuto bene”). In realtà gli ingredienti perché il lavoro sia venuto decente ci sono: al di là delle interviste di Vitali (che lo ritiene migliore del Johnny Stecchino di Benigni), c’è un Vitali nel 1992 ancora in forma e non del tutto fuori tempo massimo, un contesto di cinema italiano agonizzante, ma non ancora putrefatto, una produzione più o meno solida e qualche attore professionista di troppo (tipo Massimo Vanni e Flavio Bucci). E a dirigere c’è Claudio Fragasso, l’ex aiuto regista di Mattei, che proprio in quegli anni passa da regista di horror a metà tra l’exploitation e il direct to video a regista di azione. Intendiamoci, Fragasso (che avrebbe filmato il film come Claudio Sansevero) fa cagare. È professionale dietro la macchina da presa, e le scene d’azione gli riescono bene, ma finisce miseramente lì. Comunque visti i registi dei successivi Pierini inediti, è grasso che cola.
   La trama è quella del sosia del criminale (Tutta la città ne parla il prototipo e infinite le varianti, da Il grande dittatore a Fracchia la belva umana, da Totò a Parigi a Johnny Stecchino). Stavolta il criminale è sosia di Pierino e Alvaro fa due parti. Ma più interessante della trama è la storia. De Benedittis sta producendo un film con Martufello protagonista, che si chiama Una sirena sulla costa. Ma non gli piace e a un certo punto chiama Fragasso, che vuole girare Teste rasate sulla base di un copione scritto da sua moglie. L’accordo è: tu mi tiri su il film e il ti produco l’altro. E così avviene. Solo che per completare il primo film, Fragasso caccia Martufello e ingaggia Vitali, sfrutta un po’ del girato e poi cambia la trama in quella definitiva. Il film viene doppiato e montato, ma Martufello cita la produzione, vince la causa e il film non viene distribuito e resta nel caveau di una banca, dove giace ancora oggi. Massimo Vanni (il mitico Gargiulo con Tomas Milian), ricorda di avere interpretato un ricchione, e di possedere a casa un trailer del film (mai esibito). Inoltre l’impresa che ha realizzato le pinne delle sirene ha pubblicato in rete alcune foto delle scene di lavorazione. Alcuni dizionari lo annoverano con il titolo Johnny Pierino.

Pierino al servizio di leva (1991)

   Si tratta di un Pierino mai girato. Nel 1990 il produttore Carmine De Benedittis studia il ritorno del nostro, e mette in cantiere due film, Pierino torna a scuola e Pierino al servizio di leva. Il primo esce, è un fiasco di botteghino, e il secondo non viene mai realizzato. Nel progetto iniziale i due film sono collegati. È previsto lo stesso cast (Nadia Bengala, Giulio Massimini e la sora Lella) e c’è anche la consecutio di trama, perché alla fine di Pierino torna a scuola ad Alvaro viene recapitata la cartolina precetto (pare in marina).
   Il dizionario dei film della Gremese Editore, che peraltro è uno dei meglio fatti, lo cita come film effettivamente uscito nel 1992, con Vitali, la Bengala e la regia di Laurenti, ed anche alcuni dizionari lo inseriscono nella filmografia della sora Lella (datandolo però nel 1993). Consultando l’annuario del diritto d’autore del Ministero dei Beni Culturali, si legge che i due titoli sono stati depositati assieme da De Benedittis, e l’anno dopo lo stesso produttore avrebbe convertito il titolo in Scuola di ecologia (anch’esso mai realizzato). È possibile che i problemi e le tensioni sul set di Pierino torna a scuola (compreso l’abbandono di Minniti) abbiano agevolato l’accantonamento del progetto. Peccato perché Alvaro nel 1991 ha ancora molto da dire, e il revival del genere soldatesse avrebbe potuto funzionare.

Vacanze a Gallipoli (2005)

   Dopo venti anni di ritorni scritti, girati e mai distribuiti (per i quali si rimanda alla interessantissima sezione dedicata ai Pierini inediti), Alvaro gira nel 2010 un film che esce l’anno dopo (almeno in qualche sala del sud e a qualche festival locale). Lo inserisco gioco forza tra i Pierini apocrifi solo perché nella trama Alvaro si chiama Pierino, ma non c’entra un cazzo di niente. È una specie di cinepanettone apocrifo, infatti nasce come Natale a Gallipoli, ma poi durante la lavorazione, che pare sia durata un po’ ed abbia avuto non pochi problemi, hanno deciso di ambientarlo d’estate e chiamarlo Vacanze a Gallipoli.
   Impossibile averlo visto, fino ad ora, ma c’è speranza che passi in dvd, o per lo meno in streaming. Con Alvaro c’è la seconda moglie inseparabile Stefania Corona, cantante/presentatrice nota per lo più nel circuito romano, e sua compagna nelle serate in teatro. Su youtube gira un trailer e qualche spezzone: il livello sembra come al solito ai minimi storici (anche se il giudizio finale lo darò dopo averlo visto), e non necessariamente per imperizia o mancanza di impegno, ma semplicemente perché oggi le cose si fanno così. La trama ce la racconta addirittura il sito del film: Alvaro e Stefania perdono il lavoro e vincono per caso una vacanza all inclusive a Gallipoli (molto credibile, soprattutto il nesso causale tra le due cose). Poi scambi di letti, coppie di ricchioni, schiaffoni, porte in faccia e perizomi in ordine sparso. C’è anche Costantino Vitaliano, al quale Alvaro mette la purga nel cocktail.

Pierino medico della S.A.U.B. (1981)

   Pierino medico della SAUB è comunemente fatto rientrare nella serie ufficiale, e ciò solo perché c’è Alvaro. Si tratta invece di un’operazione di paraculaggio distributivo, simile a quella di Pierino messo comunale, anche se ovviamente qui il film è ben fatto, e funziona pure meglio dei Pierini veri e propri. Dirige Giuliano Carnimeo, scafatissimo ex aiuto di Simonelli, e poi regista di qualche apocrifo di Spencer – Hill (con Smith e Coby), l’ideale per non sconfinare nella serie Z pur con mezzi di circostanza.
   Si tratta di un esperimento di utilizzare Alvaro come protagonista, infilandogli il camice e facendogli fare un aggiornamento in chiave scureggiona di Il medico della mutua con Alberto Sordi (con tanto di tema musicale uguale di Piero Piccioni). Niente male, tutto sommato, ma pochi mesi prima della fine delle riprese esce Pierino contro tutti e i produttori decidono di appiccicare Pierino nel titolo, almeno premurandosi di spiegare il perché con una scena apposita girata alla fine e montata ad inizio film. Pierino, dopo avere conseguito la licenza elementare a Roma, la media a Frosinone, e quella liceale a Canicattì, si è laureato in medicina ad Adiss Abeba, ed è tornato a Roma. Siccome ormai è laureato, il padre impone che non lo si chiami più Pierino, bensì Dott. Alvaro Gasperoni. Così il film può continuare così come è stato girato, con Pierino nel titolo e senza che nessuno chiami così Alvaro. Probabile quindi che durante la lavorazione (o almeno durante la stesura dei copioni, il film avesse un differente titolo provvisorio).
   Grazie al padre macellaio (il grandissimo Mario Carotenuto, altro che Massimo Ghini!), che gli procura una raccomandazione della Loggia P2, Alvaro riesce ad entrare come aiuto del primario in un ospedale romano. Chiuso dagli altri tre aiuti (Angelo Pellegrino, Salvatore Jacono e Pino Ferrara), impara che il valore di un buon medico lo rivela il numero dei propri malati. Così fa ricoverare tutta la famiglia (di cui fanno parte Ennio Antonelli, Gianni Ciardo ed Ester Carloni, tra gli altri) e diventa primo aiuto. Poi il primario (Mario Feliciani), al quale arriva la soffiata di un’imminente ispezione, si allontana per un po’ lasciandogli il comando dell’ospedale. Ovviamente l’ispettore (che è un finto malato al quale Alvaro chiede di portarsi da casa letto, materasso, lenzuola eccetera) lo sgama e Alvaro viene espulso. Non prima però di avere sfoggiato una serie di barzellette merdospedaliere (“Giovanotto, a parte il fatto che oggi è giovedì, ma poi a lei chi glie l’ha detto che io la domenica mi faccio toccare il culo?”). Si ride abbastanza, comunque, e Alvaro al livello più alto si concede anche un siparietto di spola tra le due stanze per fare più visite (proprio come Alberto Sordi).

Pierino messo comunale, praticamente spione (1981)

   Non si tratta nemmeno di un Pierino apocrifo, ma di un’operazione di distribuzione postuma di un incrocio tra un pornosoft e un porno con trama di quelli che si facevano tra gli anni settanta e gli anni ottanta. Il titolo originale è L’infermiera di campagna, tremenda pellicola di Mario Bianchi, tremendo regista di serie Z, non così scarso dietro la macchina da presa, ma che non ha mai sfornato un prodotto decente. I protagonisti sono la premiata coppia (anche nella vita) Gemser – Tinti, che avrebbero meritato qualcosa di più (tutti e due), ma che in fondo se la sono andata a cercare la fama da attori di porno soft, accettando un ruolo scialbo dopo l’altro.
   La Gemser è una dottoressa che arriva a Bolsena (?) e tutti se la vogliono fare. E fin lì. Poi ci sono le elezioni che vedono il candidato democristiano Bianchi (sic), interpretato da Aldo Ralli, contrapporsi a quello comunista Rossi (ri – sic). E i tiri mancini che le due compagini si fanno dovrebbero fare ridere. C’è anche Nino Terzo che fa un impiegato comunale e Roberto Gallozzi (il peggior Pierino apocrifo), che mi pare alla fine si faccia la Gemser.
   Ovviamente è una tragedia inguardabile (non passava nemmeno su Italia 7, ma proprio sulle tv private private, a fasce orarie in cui cerchi le donne nude), e siccome deve avere fatto schifo a tutti, i distributori che lo hanno comprato lo hanno rieditato quattro volte. Siccome c’è Laura Gemser, lo hanno chiamato Emanuelle in campagna, una sorta di variante apocrifa di Emanuelle nera, che di per sé è già apocrifa. Siccome l’anno prima è uscito Agenzia Riccardo Finzi, praticamente detective di Bruno Corbucci, lo hanno fatto uscire come Messo comunale, praticamente spione. Siccome nel frattempo siamo arrivati nel 1981 (il film pare sia del 1978), lo hanno rieditato come Pierino messo comunale, praticamente spione (perché c’è un personaggio che al ridoppiaggio lo hanno chiamato Pierino). E siccome neanche il nome “Pierino” ha fatto il miracolo, ci hanno inserito quattro scene di sesso esplicito ed è diventato La dottoressa di campagna, un bel porno, che quello lo distribuisci sempre.

Che casino... con Pierino (1981)

   Il peggiore Pierino apocrifo in assoluto (decretato quasi all’unanimità dal pubblico pierinesco) è l’ultimo arrivato (uscito a metà 1982). Allestimento ai minimi storici, e questa volta non si può nemmeno dire che manchi l’impegno, perché stavolta l’impegno c’è. L’impegno a fare una porcheria. Si tratta di Che casino con Pierino, del mitico Bitto Alberitini (quello della serie dei Tre Supermen, tanto per capirci), uscito pare per pochi giorni e passato di rado pure su Italia 7, l’emittente alla quale dobbiamo massima gratitudine per avere tramandato i Pierini (veri e falsi) alle giovani generazioni.
   È il solito collage di barzellette, sempre peggio riuscite, senza riferimenti alla scuola e con un Pierino che non è né brutto, né simpatico, tale Roberto Gallozzi. I caratteristi sono ai minimi storici (Marcello Martana, Italo Vegliante – in una parte che sarebbe stata perfetta per Alfonso Tomas – e soprattutto Nino Terzo, qui in veste di barista/oste balbuziente, vera unica ragione di interesse del film, in particolare quando trasmette i messaggi in codice morse col culo).

Quella peste di Pierina (1982)

   Nel filone aporcifo non poteva mancare un Pierino coniugato al femminile. Va premesso che non ci si sono impegnati, ma probabilmente anche se lo avessero fatto sarebbe venuto uno schifo comunque. Siamo ancora nel biennio pierinesco 1981-82 (sia gli ufficiali in senso stretto che gli apocrifi si sono consumati tutti in quei due anni lì) e il fiato cortissimo della serie (se così si può chiamare) si sente eccome. Lo chiamano Quella peste di Pierina, con apposita canzoncina iniziale che ti rivela anche parte della trama.
   Dirige Tarantini pre Brasile, che una certa esperienza ce l’ha, ma il tutto non basta per fare centro. Pierina è Marina Marfoglia, ex ragazza in costume delle cartoline illustrate (di venti anni prima però), ex ballerina (cosa che è immediatamente tornata a fare), e soprattutto ex “bambina” del Bagaglino. Vista così la scelta ha un suo senso e la Marfoglia non fa proprio schifo. È il complesso delle cose che resta comunque penoso. Il cast non è nemmeno dei peggiori (Adriana Facchetti è la nonna, Clara Colosimo la madre, Carmen Russo la sorella bona, e Ugo Fancareggi il carabiniere fidanzato della sorella – ruolo che già aveva ricoperto nel Pierino con Giorgio Ariani). Dal Bagaglino arriva anche Oreste Lionello (che fa il maestro severo con la mano di legno), ma ci mette pochissimo impegno. Molto più convincente Lucio Montanaro, nel ruolo del compagno di classe abbacchione innamorato di Pierina e non ricambiato (“la vuoi sentire l’ultima battuta sullo stronzo?”). Per il resto le barzellette arrancano verso lo scialbo finale, nel quale Pierina cambia scuola, ma ritrova il maestro cattivo con la mano di legno. Esperimento non riuscito.

domenica 15 gennaio 2012

Pierino la peste alla riscossa (1982)

   Pierino la peste alla riscossa è il Pierino apocrifo più famoso. A vederlo la prima volta è un disastro assoluto, tipo Acapulco con Gigi e Andrea. Ma poi, proprio come Acapulco, diventa un piccolo grande cult, del quale non si può fare a meno. E non si tratta solo dell’essere così brutto da risultare bello e funzionare, c’è qualcosa di più, quasi di magico. Sarà forse che Ariani, pur essendo un disastro, è autoironico e simpatico, sarà che le barzellette sono comunque ben raccontate, a parte tutto. Fatto sta che Pierino è Avaro, ma questo film è un gioiellino unico nel suo genere. Andiamo con ordine.
   Siamo in pieno biennio pierinesco (1981-82) e i produttori mettono in cantiere un nuovo film, scritto per Alvaro Vitali, che però è ancora sotto contratto con la Nuova Dania Medusa di Luciano Martino (e pare che si rifiuti espressamente di girare questo film). L’allestimento è scarno, ma il cast è eccellente, migliore quasi di quello dei Pierini ufficiali. Mario Brega è il padre, Didi Perego la madre, la sora Lella la nonna, Adriana Facchetti la preside con i baffi, Giacomo Rizzo (oggi fa Benvenuti al Sud, ci hanno messo solo trent’anni per scoprirlo!) il maestro scemo, Enzo Andronico il barista strabico (phisique du role), Luigi Leoni il bidello e Jenny Tamburi la supplente bona. Più un sacco di caratteristi come sponda delle barzellette: Tiberio Murgia è il vigile, Ennio Antonelli e Alfredo Adami i contadini, Enzo Robutti il cliente scemo, Ugo Fancareggi il carabiniere fidanzato della cameriera zoccola, Salvatore Jacono il cliente del bar e Serena Grandi la cassiera. Dirige Umberto Lenzi, ex re incontrastato del poliziesco italiano, alla ricerca di nuovi generi prima di sconfinare nell’horror nostrano alla Fulci (oggi scrive invece romanzi gialli ambientati nella Cinecittà degli anni di guerra), e sceneggia il suo fido Dardano Sacchetti. Ma chi ti chiamano a fare Pierino? Giorgio Ariani. Il doppiatore di Oliver Hardy dopo Alberto Sordi. Ferrarese di nascita, ma fiorentino al 100 %. Classe 1943 (solo sei anni in meno di Didi Perego che interpreta sua madre). Se Vitali a 30 anni ne dimostrava 15, Ariani a 40 ne dimostra 50. È alto un metro e ottanta, e peserà un quintale. Il critico Mereghetti lo definisce “imbarazzante”, e infatti Ariani è vecchio, alto e grasso, il triplo dei suoi compagni di classe. Esattamente come Benigni che a cinquant’anni fa Pinocchio, con i capelli tinti. Stessa roba e stesso livello. Solo che Ariani si impegna, è simpatico e ce la mette tutta. Però resta imbarazzante e parla toscano a Roma, con padre e madre romani e la sora Lella come nonna. In più il film è interamente girato in presa diretta, con fruscio di fondo e in certe scene al chiuso anche l’eco (usare le giraffe no, eh?). Come cazzo è venuta fuori sta roba? Passino i film che si fanno adesso, passi la serie Z di allora, passi tutto quello che vuoi, ma qui a dirigere c’è Lenzi. Quello di Roma a mano armata, roba che Tarantino ci si masturba ancora oggi guardandolo. Bah!
   Diversamente dal precedente apocrifo (Pierino il fichissimo), qui Pierino compare in tutte le scene, ed è al centro di tutte le barzellette. Che sono volgarissime e tengono alta l’attenzione (“Signora maestra posso disegnare il mio uccellino? – Sì. – Posso disegnarlo di profilo. – Certo, ma perché vuoi disegnarlo di profilo? – Così risparmio un coglione!”). Poi Ariani che parla toscano senza una ragione vale il prezzo del biglietto.
   Ma c’è un motivo per il quale il film merita una stelletta in più. La sulfurea presenza di Renzo Montagnani, anche lui fiorentino al 100 %, benchè nato ad Alessandria. Probabilmente Montagnani passava dal set per caso, e per fare una cortesia a qualcuno, si è fatto buttare in scena in tre divertentissimi spezzoni (interpreta un pazzo inseguito dagli infermieri, che si spaccia per ispettore scolastico, presidente dell’ordine dei farmacisti e ministro della pubblica istruzione). È evidente che Montagnani improvvisa, ma essendo un grande attore, la sua presenza nobilita la scena. Geniale la sua entrata in classe come ispettore scolastico che interroga Pierino e lo sfotte (“è la prima volta che vedo un bambino del San Bernnardo. Mangia caro, mangia…”).

venerdì 13 gennaio 2012

Pierino il fichissimo (1981)

   Si dice che i Pierini apocrifi, per lo meno i due degni di nota, sono appunto venuti apocrifi, perché pur progettati con Alvaro, vengono realizzati senza di lui perché le produzioni vogliono battere il ferro finchè è caldo e non aspettano nemmeno i due anni che mancano alla scadenza dell’esclusiva di Alvaro con la Medusa. Che il genere, in ragione di ciò, si sia saturato in soli 18 mesi, l’abbiamo già detto.
   Pierino il fichissimo esce in sala tre mesi esatti dopo Pierino contro tutti: l’allestimento non è dei peggiori, anzi. C’è un cast che annovera il meglio del sottobosco comico – scureggione: Franca Scagnetti è la bidella, Aldo Ralli il padre, Vincenzo Crocitti il fratello medico, Adriana Russo la cameriera dell’Osteria numero 1000, Jimmy il Fenomeno il postino, Tognella e Tuccio Musumeci (tutti e due purtroppo sempre troppo poco presenti nel cinema italiano) costituiscono una inedita coppia di camionisti imbranati. La verve e le battute non sono nemmeno da buttare via (si vede che il cinema nostrano è ancora un minimo in salute, anche ai livelli più bassi). Quello che proprio non funziona è il protagonista, tale Maurizio Esposito, ex conduttore televisivo per bambini presto ed opportunamente sparito dalla circolazione. Esposito ce la metterà anche tutta, ma risulta antipatico (soprattutto fisicamente) e blasfemo (Pierino è Alvaro e non ci sono cazzi). A doppiarlo è Massimo Giuliani, ma non basta.
   Ad accorgersi che il protagonista proprio non funziona, deve essere stato anche il regista (Alessandro Metz, storico vice di Mariano Laurenti e figlio del grande Vittorio), che ha intelligentemente messo una pezza (anche se non basterà): ha inventato una trama e soprattutto ha ridotto al minimo la presenza di Pierino. La trama è che l’oste Gianni Ciardo deve assolutamente vendere l’Osteria numero 1000 a due sceicchi (Sal Borgese ed Enzo Andronico!), e per il giorno in cui vengono a mangiare lì organizza il pienone per far vedere che il locale funziona. I commensali sono: Pierino e famiglia per festeggiare il fidanzamento del fratello con la maestra, i due camionisti Tognella e Tuccio Musumeci, due sposini in viaggio di nozze (lui è Diego Cappuccio, che fa una imitazione pietosa di Troisi, lei è niente meno che Sandra Canale, molto svestita), e il maresciallo di una stazione dei carabinieri della quale fa parte l’appuntato Sandro Ghiani, fidanzato della cameriera dell’osteria. Il maresciallo è interpretato da Nino Terzo (con immancabile balbuzie aspirata) e la moglie soffre immancabilmente di aerofagia, il che genererà una tempesta alla fine del pranzo.
   Il film non è salvabile, ma ciò che va in sala oggi è sicuramente peggiore. A rendere interessante il tutto è l’estrema volgarità delle barzellette (Pierino riempie di piscia una bottiglietta per fare uno scherzo, la bidella glie la sequestra e la tracanna tutta d’un fiato: “t’è piaciuta? – Eh m’è piaciuta sì – Allora aspetta un’attimo che te vado a preparà’ un panino pieno de merda!”), il mestiere consumato di Ciardo (che a piccole dosi funziona sempre), e le barzellette sui carabinieri interpretate dal duo Ghiani – Terzo (“Signor maresciallo, mi sono dimenticato quali sono le mille lire per il caffè e quali quelle per il giornale. – E come faccio a ricordarmelo io?”).

Club vacanze (1995)

   La continuity pierinesca ufficiale, dopo Pierino torna a scuola, sarebbe continuata con il film mai realizzato sul Pierino richiamato alle armi. In teoria fanno parte della continuity ufficiale anche Pierino stecchino, che però non è mai stato proiettato e giace nel caveau di qualche banca sequestrato, e i film di Iudice, che però vanno inseriti nel calderone dei Pierini inediti, perché se li è visti Iudice a casa propria dopo averli girati. Quindi, a voler essere rigorosi nell’esegesi delle fonti istituzionali della Repubblica Popolare Scatologica, dovremmo intendere per Pierini ufficiali solo quelli con Alvaro Vitali, regolarmente distribuiti al cinema e inseriti in un contesto di continuità di trama (se così si può chiamare). Quindi niente film con Alvaro ai quali è stato inserito il nome “Pierino” nel titolo per acchiappare spettatori. Detta così, l’ufficialità finisce con Pierino torna a scuola e forse è giusto che sia così.
   Inserisco tuttavia Club vacanze del 1995 tra i Pierini ufficiali solo per ragioni filologiche. Si tratta infatti di un film regolarmente distribuito (seppure solo in televisione perché girato solo per la televisione) e girato ancora con un minimo di professionalità, con Alvaro che fa più parti, tra cui, per cinque minuti proprio Pierino. Andy Luotto, nella prima scena, quando si reca a cercare Alvaro che fa il carrozziere, si imbatte prima in Pierino, il suo fratello maggiore, che sta pisciando contro un muro. Il tempo di raccontargli la barzelletta della sorella che “sarta… da un cazzo all’altro”, e scompare di scena. Per conto mio l’ufficialità e salva e conseguita.
   Il film è poca cosa. Ci sono un po’ di vecchie glorie della commedia erotica (oltre ad Alvaro e Luotto, ci sono anche Bruno Minniti e Lucio Montanaro, quest’ultimo – pare – anche coproduttore), e c’è il vecchio Alfonso Brescia, completamente isolato dai produttori dopo la scomparsa del cinema di genere, che infatti si autoproduce. Mezzi e scenari sono al limite del dilettantismo e la mano del regista si vede pochissimo. Se non ricordo male è anche in presa diretta, tanto per non farci mancare nessun difetto. La trama è risibile, non che sia un problema, perché in questi film non è necessaria, ma occorre che almeno a qualcuno interessi fare un prodotto decente, e qui pare che siano tutti al “si salvi chi può”. Alvaro e Lucio Montanaro sono scambiati per rapinatori con bottino in valigia da Andy Luotto che li assume nel suo albergo/villaggio, dove si svolgeranno tutte le gag (equivoci, doppi sensi, scambi di camera e di persona eccetera). Insomma un remake di La dottoressa preferisce i marinai, con la coppia comica Alvaro / Gianni Ciardo, che però, pur essendo una cazzata, era perfettamente inserito in un contesto e funzionava (con Lucio Montanaro che faceva il cameriere che doveva portare la medicina per l’aerofagia a Gino Pagnani, ma gli cadeva sempre il vassoio a causa delle scuregge meteoriche di quest’ultimo, bei tempi!). Qui però sono tutti fuori forma e probabilmente questo è il primo segnale che i due protagonisti sono ormai fuori tempo massimo (cosa che fino a poco tempo prima non era): per questa ragione non bisognava affatto proseguire con revival successivi (Se lo fai sono guai, Vacanze a Gallipoli eccetera). Club vacanze è stato l’avvisaglia, mentre l’assenza di distributori per i prossimi film sarà la conferma.