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venerdì 20 gennaio 2012

Vacanze a Gallipoli (2005)

   Dopo venti anni di ritorni scritti, girati e mai distribuiti (per i quali si rimanda alla interessantissima sezione dedicata ai Pierini inediti), Alvaro gira nel 2010 un film che esce l’anno dopo (almeno in qualche sala del sud e a qualche festival locale). Lo inserisco gioco forza tra i Pierini apocrifi solo perché nella trama Alvaro si chiama Pierino, ma non c’entra un cazzo di niente. È una specie di cinepanettone apocrifo, infatti nasce come Natale a Gallipoli, ma poi durante la lavorazione, che pare sia durata un po’ ed abbia avuto non pochi problemi, hanno deciso di ambientarlo d’estate e chiamarlo Vacanze a Gallipoli.
   Impossibile averlo visto, fino ad ora, ma c’è speranza che passi in dvd, o per lo meno in streaming. Con Alvaro c’è la seconda moglie inseparabile Stefania Corona, cantante/presentatrice nota per lo più nel circuito romano, e sua compagna nelle serate in teatro. Su youtube gira un trailer e qualche spezzone: il livello sembra come al solito ai minimi storici (anche se il giudizio finale lo darò dopo averlo visto), e non necessariamente per imperizia o mancanza di impegno, ma semplicemente perché oggi le cose si fanno così. La trama ce la racconta addirittura il sito del film: Alvaro e Stefania perdono il lavoro e vincono per caso una vacanza all inclusive a Gallipoli (molto credibile, soprattutto il nesso causale tra le due cose). Poi scambi di letti, coppie di ricchioni, schiaffoni, porte in faccia e perizomi in ordine sparso. C’è anche Costantino Vitaliano, al quale Alvaro mette la purga nel cocktail.

Pierino medico della S.A.U.B. (1981)

   Pierino medico della SAUB è comunemente fatto rientrare nella serie ufficiale, e ciò solo perché c’è Alvaro. Si tratta invece di un’operazione di paraculaggio distributivo, simile a quella di Pierino messo comunale, anche se ovviamente qui il film è ben fatto, e funziona pure meglio dei Pierini veri e propri. Dirige Giuliano Carnimeo, scafatissimo ex aiuto di Simonelli, e poi regista di qualche apocrifo di Spencer – Hill (con Smith e Coby), l’ideale per non sconfinare nella serie Z pur con mezzi di circostanza.
   Si tratta di un esperimento di utilizzare Alvaro come protagonista, infilandogli il camice e facendogli fare un aggiornamento in chiave scureggiona di Il medico della mutua con Alberto Sordi (con tanto di tema musicale uguale di Piero Piccioni). Niente male, tutto sommato, ma pochi mesi prima della fine delle riprese esce Pierino contro tutti e i produttori decidono di appiccicare Pierino nel titolo, almeno premurandosi di spiegare il perché con una scena apposita girata alla fine e montata ad inizio film. Pierino, dopo avere conseguito la licenza elementare a Roma, la media a Frosinone, e quella liceale a Canicattì, si è laureato in medicina ad Adiss Abeba, ed è tornato a Roma. Siccome ormai è laureato, il padre impone che non lo si chiami più Pierino, bensì Dott. Alvaro Gasperoni. Così il film può continuare così come è stato girato, con Pierino nel titolo e senza che nessuno chiami così Alvaro. Probabile quindi che durante la lavorazione (o almeno durante la stesura dei copioni, il film avesse un differente titolo provvisorio).
   Grazie al padre macellaio (il grandissimo Mario Carotenuto, altro che Massimo Ghini!), che gli procura una raccomandazione della Loggia P2, Alvaro riesce ad entrare come aiuto del primario in un ospedale romano. Chiuso dagli altri tre aiuti (Angelo Pellegrino, Salvatore Jacono e Pino Ferrara), impara che il valore di un buon medico lo rivela il numero dei propri malati. Così fa ricoverare tutta la famiglia (di cui fanno parte Ennio Antonelli, Gianni Ciardo ed Ester Carloni, tra gli altri) e diventa primo aiuto. Poi il primario (Mario Feliciani), al quale arriva la soffiata di un’imminente ispezione, si allontana per un po’ lasciandogli il comando dell’ospedale. Ovviamente l’ispettore (che è un finto malato al quale Alvaro chiede di portarsi da casa letto, materasso, lenzuola eccetera) lo sgama e Alvaro viene espulso. Non prima però di avere sfoggiato una serie di barzellette merdospedaliere (“Giovanotto, a parte il fatto che oggi è giovedì, ma poi a lei chi glie l’ha detto che io la domenica mi faccio toccare il culo?”). Si ride abbastanza, comunque, e Alvaro al livello più alto si concede anche un siparietto di spola tra le due stanze per fare più visite (proprio come Alberto Sordi).

Pierino messo comunale, praticamente spione (1981)

   Non si tratta nemmeno di un Pierino apocrifo, ma di un’operazione di distribuzione postuma di un incrocio tra un pornosoft e un porno con trama di quelli che si facevano tra gli anni settanta e gli anni ottanta. Il titolo originale è L’infermiera di campagna, tremenda pellicola di Mario Bianchi, tremendo regista di serie Z, non così scarso dietro la macchina da presa, ma che non ha mai sfornato un prodotto decente. I protagonisti sono la premiata coppia (anche nella vita) Gemser – Tinti, che avrebbero meritato qualcosa di più (tutti e due), ma che in fondo se la sono andata a cercare la fama da attori di porno soft, accettando un ruolo scialbo dopo l’altro.
   La Gemser è una dottoressa che arriva a Bolsena (?) e tutti se la vogliono fare. E fin lì. Poi ci sono le elezioni che vedono il candidato democristiano Bianchi (sic), interpretato da Aldo Ralli, contrapporsi a quello comunista Rossi (ri – sic). E i tiri mancini che le due compagini si fanno dovrebbero fare ridere. C’è anche Nino Terzo che fa un impiegato comunale e Roberto Gallozzi (il peggior Pierino apocrifo), che mi pare alla fine si faccia la Gemser.
   Ovviamente è una tragedia inguardabile (non passava nemmeno su Italia 7, ma proprio sulle tv private private, a fasce orarie in cui cerchi le donne nude), e siccome deve avere fatto schifo a tutti, i distributori che lo hanno comprato lo hanno rieditato quattro volte. Siccome c’è Laura Gemser, lo hanno chiamato Emanuelle in campagna, una sorta di variante apocrifa di Emanuelle nera, che di per sé è già apocrifa. Siccome l’anno prima è uscito Agenzia Riccardo Finzi, praticamente detective di Bruno Corbucci, lo hanno fatto uscire come Messo comunale, praticamente spione. Siccome nel frattempo siamo arrivati nel 1981 (il film pare sia del 1978), lo hanno rieditato come Pierino messo comunale, praticamente spione (perché c’è un personaggio che al ridoppiaggio lo hanno chiamato Pierino). E siccome neanche il nome “Pierino” ha fatto il miracolo, ci hanno inserito quattro scene di sesso esplicito ed è diventato La dottoressa di campagna, un bel porno, che quello lo distribuisci sempre.

Che casino... con Pierino (1981)

   Il peggiore Pierino apocrifo in assoluto (decretato quasi all’unanimità dal pubblico pierinesco) è l’ultimo arrivato (uscito a metà 1982). Allestimento ai minimi storici, e questa volta non si può nemmeno dire che manchi l’impegno, perché stavolta l’impegno c’è. L’impegno a fare una porcheria. Si tratta di Che casino con Pierino, del mitico Bitto Alberitini (quello della serie dei Tre Supermen, tanto per capirci), uscito pare per pochi giorni e passato di rado pure su Italia 7, l’emittente alla quale dobbiamo massima gratitudine per avere tramandato i Pierini (veri e falsi) alle giovani generazioni.
   È il solito collage di barzellette, sempre peggio riuscite, senza riferimenti alla scuola e con un Pierino che non è né brutto, né simpatico, tale Roberto Gallozzi. I caratteristi sono ai minimi storici (Marcello Martana, Italo Vegliante – in una parte che sarebbe stata perfetta per Alfonso Tomas – e soprattutto Nino Terzo, qui in veste di barista/oste balbuziente, vera unica ragione di interesse del film, in particolare quando trasmette i messaggi in codice morse col culo).

Quella peste di Pierina (1982)

   Nel filone aporcifo non poteva mancare un Pierino coniugato al femminile. Va premesso che non ci si sono impegnati, ma probabilmente anche se lo avessero fatto sarebbe venuto uno schifo comunque. Siamo ancora nel biennio pierinesco 1981-82 (sia gli ufficiali in senso stretto che gli apocrifi si sono consumati tutti in quei due anni lì) e il fiato cortissimo della serie (se così si può chiamare) si sente eccome. Lo chiamano Quella peste di Pierina, con apposita canzoncina iniziale che ti rivela anche parte della trama.
   Dirige Tarantini pre Brasile, che una certa esperienza ce l’ha, ma il tutto non basta per fare centro. Pierina è Marina Marfoglia, ex ragazza in costume delle cartoline illustrate (di venti anni prima però), ex ballerina (cosa che è immediatamente tornata a fare), e soprattutto ex “bambina” del Bagaglino. Vista così la scelta ha un suo senso e la Marfoglia non fa proprio schifo. È il complesso delle cose che resta comunque penoso. Il cast non è nemmeno dei peggiori (Adriana Facchetti è la nonna, Clara Colosimo la madre, Carmen Russo la sorella bona, e Ugo Fancareggi il carabiniere fidanzato della sorella – ruolo che già aveva ricoperto nel Pierino con Giorgio Ariani). Dal Bagaglino arriva anche Oreste Lionello (che fa il maestro severo con la mano di legno), ma ci mette pochissimo impegno. Molto più convincente Lucio Montanaro, nel ruolo del compagno di classe abbacchione innamorato di Pierina e non ricambiato (“la vuoi sentire l’ultima battuta sullo stronzo?”). Per il resto le barzellette arrancano verso lo scialbo finale, nel quale Pierina cambia scuola, ma ritrova il maestro cattivo con la mano di legno. Esperimento non riuscito.

domenica 15 gennaio 2012

Pierino la peste alla riscossa (1982)

   Pierino la peste alla riscossa è il Pierino apocrifo più famoso. A vederlo la prima volta è un disastro assoluto, tipo Acapulco con Gigi e Andrea. Ma poi, proprio come Acapulco, diventa un piccolo grande cult, del quale non si può fare a meno. E non si tratta solo dell’essere così brutto da risultare bello e funzionare, c’è qualcosa di più, quasi di magico. Sarà forse che Ariani, pur essendo un disastro, è autoironico e simpatico, sarà che le barzellette sono comunque ben raccontate, a parte tutto. Fatto sta che Pierino è Avaro, ma questo film è un gioiellino unico nel suo genere. Andiamo con ordine.
   Siamo in pieno biennio pierinesco (1981-82) e i produttori mettono in cantiere un nuovo film, scritto per Alvaro Vitali, che però è ancora sotto contratto con la Nuova Dania Medusa di Luciano Martino (e pare che si rifiuti espressamente di girare questo film). L’allestimento è scarno, ma il cast è eccellente, migliore quasi di quello dei Pierini ufficiali. Mario Brega è il padre, Didi Perego la madre, la sora Lella la nonna, Adriana Facchetti la preside con i baffi, Giacomo Rizzo (oggi fa Benvenuti al Sud, ci hanno messo solo trent’anni per scoprirlo!) il maestro scemo, Enzo Andronico il barista strabico (phisique du role), Luigi Leoni il bidello e Jenny Tamburi la supplente bona. Più un sacco di caratteristi come sponda delle barzellette: Tiberio Murgia è il vigile, Ennio Antonelli e Alfredo Adami i contadini, Enzo Robutti il cliente scemo, Ugo Fancareggi il carabiniere fidanzato della cameriera zoccola, Salvatore Jacono il cliente del bar e Serena Grandi la cassiera. Dirige Umberto Lenzi, ex re incontrastato del poliziesco italiano, alla ricerca di nuovi generi prima di sconfinare nell’horror nostrano alla Fulci (oggi scrive invece romanzi gialli ambientati nella Cinecittà degli anni di guerra), e sceneggia il suo fido Dardano Sacchetti. Ma chi ti chiamano a fare Pierino? Giorgio Ariani. Il doppiatore di Oliver Hardy dopo Alberto Sordi. Ferrarese di nascita, ma fiorentino al 100 %. Classe 1943 (solo sei anni in meno di Didi Perego che interpreta sua madre). Se Vitali a 30 anni ne dimostrava 15, Ariani a 40 ne dimostra 50. È alto un metro e ottanta, e peserà un quintale. Il critico Mereghetti lo definisce “imbarazzante”, e infatti Ariani è vecchio, alto e grasso, il triplo dei suoi compagni di classe. Esattamente come Benigni che a cinquant’anni fa Pinocchio, con i capelli tinti. Stessa roba e stesso livello. Solo che Ariani si impegna, è simpatico e ce la mette tutta. Però resta imbarazzante e parla toscano a Roma, con padre e madre romani e la sora Lella come nonna. In più il film è interamente girato in presa diretta, con fruscio di fondo e in certe scene al chiuso anche l’eco (usare le giraffe no, eh?). Come cazzo è venuta fuori sta roba? Passino i film che si fanno adesso, passi la serie Z di allora, passi tutto quello che vuoi, ma qui a dirigere c’è Lenzi. Quello di Roma a mano armata, roba che Tarantino ci si masturba ancora oggi guardandolo. Bah!
   Diversamente dal precedente apocrifo (Pierino il fichissimo), qui Pierino compare in tutte le scene, ed è al centro di tutte le barzellette. Che sono volgarissime e tengono alta l’attenzione (“Signora maestra posso disegnare il mio uccellino? – Sì. – Posso disegnarlo di profilo. – Certo, ma perché vuoi disegnarlo di profilo? – Così risparmio un coglione!”). Poi Ariani che parla toscano senza una ragione vale il prezzo del biglietto.
   Ma c’è un motivo per il quale il film merita una stelletta in più. La sulfurea presenza di Renzo Montagnani, anche lui fiorentino al 100 %, benchè nato ad Alessandria. Probabilmente Montagnani passava dal set per caso, e per fare una cortesia a qualcuno, si è fatto buttare in scena in tre divertentissimi spezzoni (interpreta un pazzo inseguito dagli infermieri, che si spaccia per ispettore scolastico, presidente dell’ordine dei farmacisti e ministro della pubblica istruzione). È evidente che Montagnani improvvisa, ma essendo un grande attore, la sua presenza nobilita la scena. Geniale la sua entrata in classe come ispettore scolastico che interroga Pierino e lo sfotte (“è la prima volta che vedo un bambino del San Bernnardo. Mangia caro, mangia…”).

venerdì 13 gennaio 2012

Pierino il fichissimo (1981)

   Si dice che i Pierini apocrifi, per lo meno i due degni di nota, sono appunto venuti apocrifi, perché pur progettati con Alvaro, vengono realizzati senza di lui perché le produzioni vogliono battere il ferro finchè è caldo e non aspettano nemmeno i due anni che mancano alla scadenza dell’esclusiva di Alvaro con la Medusa. Che il genere, in ragione di ciò, si sia saturato in soli 18 mesi, l’abbiamo già detto.
   Pierino il fichissimo esce in sala tre mesi esatti dopo Pierino contro tutti: l’allestimento non è dei peggiori, anzi. C’è un cast che annovera il meglio del sottobosco comico – scureggione: Franca Scagnetti è la bidella, Aldo Ralli il padre, Vincenzo Crocitti il fratello medico, Adriana Russo la cameriera dell’Osteria numero 1000, Jimmy il Fenomeno il postino, Tognella e Tuccio Musumeci (tutti e due purtroppo sempre troppo poco presenti nel cinema italiano) costituiscono una inedita coppia di camionisti imbranati. La verve e le battute non sono nemmeno da buttare via (si vede che il cinema nostrano è ancora un minimo in salute, anche ai livelli più bassi). Quello che proprio non funziona è il protagonista, tale Maurizio Esposito, ex conduttore televisivo per bambini presto ed opportunamente sparito dalla circolazione. Esposito ce la metterà anche tutta, ma risulta antipatico (soprattutto fisicamente) e blasfemo (Pierino è Alvaro e non ci sono cazzi). A doppiarlo è Massimo Giuliani, ma non basta.
   Ad accorgersi che il protagonista proprio non funziona, deve essere stato anche il regista (Alessandro Metz, storico vice di Mariano Laurenti e figlio del grande Vittorio), che ha intelligentemente messo una pezza (anche se non basterà): ha inventato una trama e soprattutto ha ridotto al minimo la presenza di Pierino. La trama è che l’oste Gianni Ciardo deve assolutamente vendere l’Osteria numero 1000 a due sceicchi (Sal Borgese ed Enzo Andronico!), e per il giorno in cui vengono a mangiare lì organizza il pienone per far vedere che il locale funziona. I commensali sono: Pierino e famiglia per festeggiare il fidanzamento del fratello con la maestra, i due camionisti Tognella e Tuccio Musumeci, due sposini in viaggio di nozze (lui è Diego Cappuccio, che fa una imitazione pietosa di Troisi, lei è niente meno che Sandra Canale, molto svestita), e il maresciallo di una stazione dei carabinieri della quale fa parte l’appuntato Sandro Ghiani, fidanzato della cameriera dell’osteria. Il maresciallo è interpretato da Nino Terzo (con immancabile balbuzie aspirata) e la moglie soffre immancabilmente di aerofagia, il che genererà una tempesta alla fine del pranzo.
   Il film non è salvabile, ma ciò che va in sala oggi è sicuramente peggiore. A rendere interessante il tutto è l’estrema volgarità delle barzellette (Pierino riempie di piscia una bottiglietta per fare uno scherzo, la bidella glie la sequestra e la tracanna tutta d’un fiato: “t’è piaciuta? – Eh m’è piaciuta sì – Allora aspetta un’attimo che te vado a preparà’ un panino pieno de merda!”), il mestiere consumato di Ciardo (che a piccole dosi funziona sempre), e le barzellette sui carabinieri interpretate dal duo Ghiani – Terzo (“Signor maresciallo, mi sono dimenticato quali sono le mille lire per il caffè e quali quelle per il giornale. – E come faccio a ricordarmelo io?”).