venerdì 20 gennaio 2012

Quella peste di Pierina (1982)

   Nel filone aporcifo non poteva mancare un Pierino coniugato al femminile. Va premesso che non ci si sono impegnati, ma probabilmente anche se lo avessero fatto sarebbe venuto uno schifo comunque. Siamo ancora nel biennio pierinesco 1981-82 (sia gli ufficiali in senso stretto che gli apocrifi si sono consumati tutti in quei due anni lì) e il fiato cortissimo della serie (se così si può chiamare) si sente eccome. Lo chiamano Quella peste di Pierina, con apposita canzoncina iniziale che ti rivela anche parte della trama.
   Dirige Tarantini pre Brasile, che una certa esperienza ce l’ha, ma il tutto non basta per fare centro. Pierina è Marina Marfoglia, ex ragazza in costume delle cartoline illustrate (di venti anni prima però), ex ballerina (cosa che è immediatamente tornata a fare), e soprattutto ex “bambina” del Bagaglino. Vista così la scelta ha un suo senso e la Marfoglia non fa proprio schifo. È il complesso delle cose che resta comunque penoso. Il cast non è nemmeno dei peggiori (Adriana Facchetti è la nonna, Clara Colosimo la madre, Carmen Russo la sorella bona, e Ugo Fancareggi il carabiniere fidanzato della sorella – ruolo che già aveva ricoperto nel Pierino con Giorgio Ariani). Dal Bagaglino arriva anche Oreste Lionello (che fa il maestro severo con la mano di legno), ma ci mette pochissimo impegno. Molto più convincente Lucio Montanaro, nel ruolo del compagno di classe abbacchione innamorato di Pierina e non ricambiato (“la vuoi sentire l’ultima battuta sullo stronzo?”). Per il resto le barzellette arrancano verso lo scialbo finale, nel quale Pierina cambia scuola, ma ritrova il maestro cattivo con la mano di legno. Esperimento non riuscito.

domenica 15 gennaio 2012

Pierino la peste alla riscossa (1982)

   Pierino la peste alla riscossa è il Pierino apocrifo più famoso. A vederlo la prima volta è un disastro assoluto, tipo Acapulco con Gigi e Andrea. Ma poi, proprio come Acapulco, diventa un piccolo grande cult, del quale non si può fare a meno. E non si tratta solo dell’essere così brutto da risultare bello e funzionare, c’è qualcosa di più, quasi di magico. Sarà forse che Ariani, pur essendo un disastro, è autoironico e simpatico, sarà che le barzellette sono comunque ben raccontate, a parte tutto. Fatto sta che Pierino è Avaro, ma questo film è un gioiellino unico nel suo genere. Andiamo con ordine.
   Siamo in pieno biennio pierinesco (1981-82) e i produttori mettono in cantiere un nuovo film, scritto per Alvaro Vitali, che però è ancora sotto contratto con la Nuova Dania Medusa di Luciano Martino (e pare che si rifiuti espressamente di girare questo film). L’allestimento è scarno, ma il cast è eccellente, migliore quasi di quello dei Pierini ufficiali. Mario Brega è il padre, Didi Perego la madre, la sora Lella la nonna, Adriana Facchetti la preside con i baffi, Giacomo Rizzo (oggi fa Benvenuti al Sud, ci hanno messo solo trent’anni per scoprirlo!) il maestro scemo, Enzo Andronico il barista strabico (phisique du role), Luigi Leoni il bidello e Jenny Tamburi la supplente bona. Più un sacco di caratteristi come sponda delle barzellette: Tiberio Murgia è il vigile, Ennio Antonelli e Alfredo Adami i contadini, Enzo Robutti il cliente scemo, Ugo Fancareggi il carabiniere fidanzato della cameriera zoccola, Salvatore Jacono il cliente del bar e Serena Grandi la cassiera. Dirige Umberto Lenzi, ex re incontrastato del poliziesco italiano, alla ricerca di nuovi generi prima di sconfinare nell’horror nostrano alla Fulci (oggi scrive invece romanzi gialli ambientati nella Cinecittà degli anni di guerra), e sceneggia il suo fido Dardano Sacchetti. Ma chi ti chiamano a fare Pierino? Giorgio Ariani. Il doppiatore di Oliver Hardy dopo Alberto Sordi. Ferrarese di nascita, ma fiorentino al 100 %. Classe 1943 (solo sei anni in meno di Didi Perego che interpreta sua madre). Se Vitali a 30 anni ne dimostrava 15, Ariani a 40 ne dimostra 50. È alto un metro e ottanta, e peserà un quintale. Il critico Mereghetti lo definisce “imbarazzante”, e infatti Ariani è vecchio, alto e grasso, il triplo dei suoi compagni di classe. Esattamente come Benigni che a cinquant’anni fa Pinocchio, con i capelli tinti. Stessa roba e stesso livello. Solo che Ariani si impegna, è simpatico e ce la mette tutta. Però resta imbarazzante e parla toscano a Roma, con padre e madre romani e la sora Lella come nonna. In più il film è interamente girato in presa diretta, con fruscio di fondo e in certe scene al chiuso anche l’eco (usare le giraffe no, eh?). Come cazzo è venuta fuori sta roba? Passino i film che si fanno adesso, passi la serie Z di allora, passi tutto quello che vuoi, ma qui a dirigere c’è Lenzi. Quello di Roma a mano armata, roba che Tarantino ci si masturba ancora oggi guardandolo. Bah!
   Diversamente dal precedente apocrifo (Pierino il fichissimo), qui Pierino compare in tutte le scene, ed è al centro di tutte le barzellette. Che sono volgarissime e tengono alta l’attenzione (“Signora maestra posso disegnare il mio uccellino? – Sì. – Posso disegnarlo di profilo. – Certo, ma perché vuoi disegnarlo di profilo? – Così risparmio un coglione!”). Poi Ariani che parla toscano senza una ragione vale il prezzo del biglietto.
   Ma c’è un motivo per il quale il film merita una stelletta in più. La sulfurea presenza di Renzo Montagnani, anche lui fiorentino al 100 %, benchè nato ad Alessandria. Probabilmente Montagnani passava dal set per caso, e per fare una cortesia a qualcuno, si è fatto buttare in scena in tre divertentissimi spezzoni (interpreta un pazzo inseguito dagli infermieri, che si spaccia per ispettore scolastico, presidente dell’ordine dei farmacisti e ministro della pubblica istruzione). È evidente che Montagnani improvvisa, ma essendo un grande attore, la sua presenza nobilita la scena. Geniale la sua entrata in classe come ispettore scolastico che interroga Pierino e lo sfotte (“è la prima volta che vedo un bambino del San Bernnardo. Mangia caro, mangia…”).

venerdì 13 gennaio 2012

Pierino il fichissimo (1981)

   Si dice che i Pierini apocrifi, per lo meno i due degni di nota, sono appunto venuti apocrifi, perché pur progettati con Alvaro, vengono realizzati senza di lui perché le produzioni vogliono battere il ferro finchè è caldo e non aspettano nemmeno i due anni che mancano alla scadenza dell’esclusiva di Alvaro con la Medusa. Che il genere, in ragione di ciò, si sia saturato in soli 18 mesi, l’abbiamo già detto.
   Pierino il fichissimo esce in sala tre mesi esatti dopo Pierino contro tutti: l’allestimento non è dei peggiori, anzi. C’è un cast che annovera il meglio del sottobosco comico – scureggione: Franca Scagnetti è la bidella, Aldo Ralli il padre, Vincenzo Crocitti il fratello medico, Adriana Russo la cameriera dell’Osteria numero 1000, Jimmy il Fenomeno il postino, Tognella e Tuccio Musumeci (tutti e due purtroppo sempre troppo poco presenti nel cinema italiano) costituiscono una inedita coppia di camionisti imbranati. La verve e le battute non sono nemmeno da buttare via (si vede che il cinema nostrano è ancora un minimo in salute, anche ai livelli più bassi). Quello che proprio non funziona è il protagonista, tale Maurizio Esposito, ex conduttore televisivo per bambini presto ed opportunamente sparito dalla circolazione. Esposito ce la metterà anche tutta, ma risulta antipatico (soprattutto fisicamente) e blasfemo (Pierino è Alvaro e non ci sono cazzi). A doppiarlo è Massimo Giuliani, ma non basta.
   Ad accorgersi che il protagonista proprio non funziona, deve essere stato anche il regista (Alessandro Metz, storico vice di Mariano Laurenti e figlio del grande Vittorio), che ha intelligentemente messo una pezza (anche se non basterà): ha inventato una trama e soprattutto ha ridotto al minimo la presenza di Pierino. La trama è che l’oste Gianni Ciardo deve assolutamente vendere l’Osteria numero 1000 a due sceicchi (Sal Borgese ed Enzo Andronico!), e per il giorno in cui vengono a mangiare lì organizza il pienone per far vedere che il locale funziona. I commensali sono: Pierino e famiglia per festeggiare il fidanzamento del fratello con la maestra, i due camionisti Tognella e Tuccio Musumeci, due sposini in viaggio di nozze (lui è Diego Cappuccio, che fa una imitazione pietosa di Troisi, lei è niente meno che Sandra Canale, molto svestita), e il maresciallo di una stazione dei carabinieri della quale fa parte l’appuntato Sandro Ghiani, fidanzato della cameriera dell’osteria. Il maresciallo è interpretato da Nino Terzo (con immancabile balbuzie aspirata) e la moglie soffre immancabilmente di aerofagia, il che genererà una tempesta alla fine del pranzo.
   Il film non è salvabile, ma ciò che va in sala oggi è sicuramente peggiore. A rendere interessante il tutto è l’estrema volgarità delle barzellette (Pierino riempie di piscia una bottiglietta per fare uno scherzo, la bidella glie la sequestra e la tracanna tutta d’un fiato: “t’è piaciuta? – Eh m’è piaciuta sì – Allora aspetta un’attimo che te vado a preparà’ un panino pieno de merda!”), il mestiere consumato di Ciardo (che a piccole dosi funziona sempre), e le barzellette sui carabinieri interpretate dal duo Ghiani – Terzo (“Signor maresciallo, mi sono dimenticato quali sono le mille lire per il caffè e quali quelle per il giornale. – E come faccio a ricordarmelo io?”).

Club vacanze (1995)

   La continuity pierinesca ufficiale, dopo Pierino torna a scuola, sarebbe continuata con il film mai realizzato sul Pierino richiamato alle armi. In teoria fanno parte della continuity ufficiale anche Pierino stecchino, che però non è mai stato proiettato e giace nel caveau di qualche banca sequestrato, e i film di Iudice, che però vanno inseriti nel calderone dei Pierini inediti, perché se li è visti Iudice a casa propria dopo averli girati. Quindi, a voler essere rigorosi nell’esegesi delle fonti istituzionali della Repubblica Popolare Scatologica, dovremmo intendere per Pierini ufficiali solo quelli con Alvaro Vitali, regolarmente distribuiti al cinema e inseriti in un contesto di continuità di trama (se così si può chiamare). Quindi niente film con Alvaro ai quali è stato inserito il nome “Pierino” nel titolo per acchiappare spettatori. Detta così, l’ufficialità finisce con Pierino torna a scuola e forse è giusto che sia così.
   Inserisco tuttavia Club vacanze del 1995 tra i Pierini ufficiali solo per ragioni filologiche. Si tratta infatti di un film regolarmente distribuito (seppure solo in televisione perché girato solo per la televisione) e girato ancora con un minimo di professionalità, con Alvaro che fa più parti, tra cui, per cinque minuti proprio Pierino. Andy Luotto, nella prima scena, quando si reca a cercare Alvaro che fa il carrozziere, si imbatte prima in Pierino, il suo fratello maggiore, che sta pisciando contro un muro. Il tempo di raccontargli la barzelletta della sorella che “sarta… da un cazzo all’altro”, e scompare di scena. Per conto mio l’ufficialità e salva e conseguita.
   Il film è poca cosa. Ci sono un po’ di vecchie glorie della commedia erotica (oltre ad Alvaro e Luotto, ci sono anche Bruno Minniti e Lucio Montanaro, quest’ultimo – pare – anche coproduttore), e c’è il vecchio Alfonso Brescia, completamente isolato dai produttori dopo la scomparsa del cinema di genere, che infatti si autoproduce. Mezzi e scenari sono al limite del dilettantismo e la mano del regista si vede pochissimo. Se non ricordo male è anche in presa diretta, tanto per non farci mancare nessun difetto. La trama è risibile, non che sia un problema, perché in questi film non è necessaria, ma occorre che almeno a qualcuno interessi fare un prodotto decente, e qui pare che siano tutti al “si salvi chi può”. Alvaro e Lucio Montanaro sono scambiati per rapinatori con bottino in valigia da Andy Luotto che li assume nel suo albergo/villaggio, dove si svolgeranno tutte le gag (equivoci, doppi sensi, scambi di camera e di persona eccetera). Insomma un remake di La dottoressa preferisce i marinai, con la coppia comica Alvaro / Gianni Ciardo, che però, pur essendo una cazzata, era perfettamente inserito in un contesto e funzionava (con Lucio Montanaro che faceva il cameriere che doveva portare la medicina per l’aerofagia a Gino Pagnani, ma gli cadeva sempre il vassoio a causa delle scuregge meteoriche di quest’ultimo, bei tempi!). Qui però sono tutti fuori forma e probabilmente questo è il primo segnale che i due protagonisti sono ormai fuori tempo massimo (cosa che fino a poco tempo prima non era): per questa ragione non bisognava affatto proseguire con revival successivi (Se lo fai sono guai, Vacanze a Gallipoli eccetera). Club vacanze è stato l’avvisaglia, mentre l’assenza di distributori per i prossimi film sarà la conferma.

Pierino torna a scuola (1990)

   Dopo Pierino colpisce ancora, come ho già scritto, cala il sipario sul grande Alvaro Vitali, trentaduenne e con quattordici anni di cinema alle spalle (quattro scritture consecutive da Fellini, e poi Monicelli, Magni, Polanski, Risi, Sordi, Gassman, Tognazzi, eccetera). Un fatto inspiegabile. Forse spiegabile solo dal fatto che Alvaro è ormai per tutti Pierino e la gente non crede che possa fare altro o di meglio. Solo Sergio Citti nel 1987 gli fa fare un ruolo in Mortacci, mettendolo in coppia con il vecchio e quasi afono Aldo Giuffrè. Poi più niente, con il povero Alvaro costretto a mendicare particine che non gli danno e a fare l’ospite alle trasmissioni che ricordano Fellini. Anche Alvaro probabilmente si è convinto di poter fare solo Pierino, perché quando lo intervistano parla sempre di progetti di ritorno del personaggio (Don Pierino, Pierino contro Fantozzi), anziché pensare ad altro. Io per esempio lo vedrei bene a fare qualche cosa tipo Il cappotto di Gogol (avete presente Rascel?). Ma forse e molto più semplicemente essendo morto il cinema italiano, l’Alvaro attore è morto con lui (come anche Banfi attore, il Lando attore e molti altri), mentre sono rimasti vivi e proliferano i non attori Massimo Boldi e Leonardo Pieraccioni (De Sica no: lui secondo me il talento ce l’ha, fa solo merdate, ma il talento ce l’ha).
   Nel 1990 il produttore Carmine De Benedittis mette in cantiere il ritorno di Pierino progettando due film, uno con il suo ritorno a scuola e l’altro con il suo richiamo alle armi. Nasce così Pierino torna a scuola, terzo (e di fatto ultimo) film della serie ufficiale, che comincia proprio dove finiva il precedente di otto anni prima. Con Pierino che perde sistematicamente un lavoro dietro l’altro. All’inizio del film Pierino lavora al cinodromo, dove gli fanno sostituire la lepre meccanica. Stanco dei lavori, decide di ritornare a scuola appunto, dove si innamorerà della supplente, farà un casino dietro l’altro e si farà bocciare all’esame finale (meno esilarante di quello di Pierino colpisce ancora). Finchè, a fine film, gli arriva la cartolina precetto.
   Il mitico tema musicale di Pierino resta, senza però la canzone, e la fotografia fa vedere un po’ di più il centro di Roma, rispetto ai primi due. A Girolami subentra Mariano Laurenti (anche lui di grande mestiere e perfettamente a suo agio) e il cast è del tutto rinnovato. Giulio Massimini fa il padre di Pierino (come già fece nell’episodio pilota della serie televisiva), sempre titolare dell’osteria, l’ex miss Italia Nadia Bengala fa la supplente bona (ma non si spoglia, si prende sul serio e recita con i piedi), e al posto del nonno Riccardo Billi c’è la mitica Sora Lella come nonna, veramente all’altezza, già solo per la presenza e il tono di voce, che si gioca al Totocalcio la pagella di Pierino. Tornano anche un po’ di caratteristi vecchie glorie, quasi tutti all’ultima apparizione: Franco Caracciolo è il fidanzato checca della sorella, Alfonso Tomas (il dottor Tomas non è in sede) è il cameriere con i tic, che ovviamente serve il brodo, Bruno Minniti il supplente macho e Jimmy il Fenomeno il venditore di pappagallini (non so se sia vero l’aneddoto che gira, per cui per fare questa parte di cinque minuti avrebbe rifiutato di fare il protagonista di La voce della Luna di Fellini al posto di Villaggio, probabilmente è falso, ma mi piace pensare che sia vero).
   Il film, però, zoppica, e non poco. Alvaro è in forma smagliante e probabilmente non è nemmeno colpa della regia di Laurenti. La volgarità e la cattiveria sono molto ridotte (anche se Marco Giusti sul suo dizionario, fa notare che non è così e prende ad esempio lo scherzo sullo stronzo del cane e la battuta che per entrare in Rai devi avere un garofano all’occhiello), e il complesso ne risente. Anche gli altri non avevano trama, ma erano organici, questo no. Battuta dopo battuta ti aspetti sempre che il film stia per cominciare veramente e in un attimo non vedi l’ora che sia finito. Forse ci sono stati dei problemi durante la lavorazione, visto che Minniti ha dichiarato di avere lasciato il set dopo un paio di ciak per l’aria che tirava, e forse proprio per questo il film su Pierino alla Naja non lo hanno fatto (anche se nella scena finale l’appuntamento viene lanciato), perdendo l’ennesima grande occasione.

mercoledì 11 gennaio 2012

Pierino colpisce ancora (1982)

   Un grande seguito. Altro che Terminator 2, che poi era un grande seguito anch’esso, ma vuoi mettere Schwarzenegger con Alvaro? Arrivato appena un anno dopo il grande prototipo. Altro che Terminator 2, che c’hanno messo sette anni. Ve detto però che a Cameron, per fare Terminator 2 nessuno gli ha messo fretta, mentre il buon Marino Girolami ha dovuto girare l’istant sequel per arginare il proliferare dei Pierini apocrifi che subito dopo l’originale sono comparsi nelle sale, generando la saturazione del genere in soli due anni. Un record. Anche di Terminator ne sono usciti di apocrifi e non pochi, ma il genere non si è saturato, e quando Schwarzenegger finirà di fare il governatore della California, gireranno pure il quarto capitolo.
   Girolami, all’uscita del seguito, dichiara che girerà i Pierini fino all’esaurimento, ma l’esaurimento è dietro l’angolo, anzi si è già consumato. E così Pierino colpisce ancora riesce ugualmente un capolavoro che incassa quasi quanto il precedente, ma sarà anche la pietra tombale del genere, della carriera di Alvaro e di un periodo della mia vita. Secondo una interpretazione ultrarestrittiva ed ortodossa, alla quale peraltro io aderisco in pieno, la serie ufficiale si potrebbe anche fare terminare qui. Un corpus unico dei soli primi due film, tipo i primi due Fantozzi di Luciano Salce. Solo nei primi due film c’è continuità di tutto, regista, sceneggiatori, cast, musiche, produzione. La vera continuity. Girolami e Alvaro gireranno anche un episodio pilota di una serie televisiva su Pierino, serie che non verrà però realizzata sempre per l’autosaturazione del genere. Nella puntata pilota (andata in onda nelle tv private romane) ci sarà Giulio Massimini al posto di Enzo Liberti, come padre di Pierino.
   Nel trailer Alvaro avverte: “sono stato il primo e sono l’ultimo, di Pierino ce n’è uno e tutti gli altri sono figli di…”. Chiaro monito ad Ariani ed Esposito, ma non basterà. Un peccato, perché il seguito è venuto meglio dell’originale: è più divertente e c’è pure una trama, almeno fino a metà film.
   All’inizio Pierino va a dare gli esami: per essere promosso è collegato via radio con il nonno che gli detta il tema su Garibaldi, intercettando la frequenza dei Carabinieri e generando un tema misto esilarante (“il suo amore per Anita dura fino al momento in cui… ha preso alloggio in via Alessandria e convive con una prostituta… alla quale disse Obbedisco”). Ma è all’orale che Pierino dà il meglio di sé (“A professo’ io sto perimetro non lo trovo. A me mi sa che se lo so’ fregato”), con una volgarissima espressione algebrica e con una versione scureggiona e ben arrangiata del proemio dell’Iliade (nella versione del Monti!). Tanto basta perché il commissario d’esame, interpretato da Gianfranco Barra, lo bocci e lo espella dalla scuola.
   Tornato all’osteria del padre, questi prende una decisione drastica (“A papà, potrei andare a scuola serale. – Sì così c’avresti pure più tempo per combina’ casini!”): mandarlo in collegio a Grosseto. Dopo un divertentissimo viaggio in treno, con un morso alla mano di Dino Cassio (che nel primo film faceva il tassinaro) e la mitica scena della merda finita sul soffitto dello scompartimento, Pierino arriva in collegio, dove il bidello è Toni Ucci, il preside è Enzo Robutti (che nel primo film faceva il ferramenta), con una figlia grassona (Nicoletta Piersanti), che si innamora di lui (“Sono stata all’istituto di bellezza. – Che hai trovato chiuso?”). Ma soprattutto in collegio ritrova la supplente bona del primo film, Michela Miti, alla quale confessa tutto il suo amore (“Ma Pierino, a me non piacciono i bambini. – Se è per questo vorrà dire che non li faremo i bambini, ci staremo attenti”). Geniale l’utilizzo di Robutti come preside, il professor Pomari, al quale Pierino combina un guaio dietro l’altro (“Se in una tasca dei pantaloni hai 100 mila lire e nell’altra hai 10 mila lire, cos’hai in tutto? – C’ho i pantaloni di un altro”).
   Dopo avere combinato i peggio casini in collegio, Pierino scappa e ritorna a Roma, dove il padre gli trova dei lavori da lui inevitabilmente persi. Il film finisce con questa serie di barzellette che vede Pierino perdere un lavoro dietro l’altro: macellaio, becchino, venditore di stoffe, venditore di borse.
   Del cast del primo film tornano, nelle stesse parti, Enzo Liberti, Michela Miti, Sofia Lombardo, Alfredo Adami e Riccardo Billi nel ruolo del nonno, morto tre mesi dopo l’uscita del film nelle sale, e inspiegabilmente utilizzato solo in due scene ad inizio film. Il tema di Pierino, diventa in questo secondo capitolo una canzone, intitolata “Col fischio o senza?”, cantata dallo stesso Alvaro, e anch’essa diventata un famosissimo tormentone fino ad oggi.

martedì 10 gennaio 2012

Pierino contro tutti (1981)

   Apriamo oggi una nuova rubrica dedicata ai fondamenti istituzionali della Repubblica Popolare Scatologica, ossia i film di Pierino, che verranno recensiti uno ad uno e verranno catalogati in tre differenti sezioni: una per i Pierini ufficiali, una seconda per i Pierini apocrifi ed una terza per i Pierini inediti e mai realizzati.
   Incominciamo, ovviamente dal primo grande assoluto prototipo, Pierino contro tutti di Marino Girolami. Due milioni e cinquecento mila spettatori alla prima visione, dieci miliardi di incasso, tutti per la Nuova Dania (una branca della Medusa di Luciano Martino) e nulla per il povero Alvaro, che ha un contratto anomalo con il produttore, per cui lui viene regolarmente stipendiato a condizione di fare un tot di film all’anno. Un contratto (che allo scadere nemmeno gli verrà rinnovato lasciandolo sul lastrico) che va bene per un caratterista, quale era appunto Alvaro fino a questo film, ma non per un protagonista che ti regge tutto il film da solo. Ma tant’è.
   L’idea per questo capolavoro immortale viene al regista Marino Girolami (trent’anni di carriera alle spalle): la commedia erotica alla Banfi / Montagnani (di cui Alvaro è il migliore gregario), dopo sei anni di gloria, ha il fiato cortissimo e quindi occorre una ulteriore sapiente evoluzione drammaturgica, con promozione sul campo delle seconde linee. Girolami dice: facciamo un film sulle barzellette di Pierino? Ci compriamo il libro e ogni giorno andiamo sul set e decidiamo quali girare e quali no. Poi montiamo tutto. Zero spese, zero scenografie, zero tempo e massimo risultato. Il massimo risultato deriva però dal fatto che il tutto viene fatto nel 1981, quando il cinema italiano non è ancora deceduto, e quindi si dispone di attori, caratteristi, generici, comparse, tecnici delle luci e del suono, cameraman eccetera. Tutti sanno quello che devono fare e lo sanno fare, quindi basta l’idea geniale. L’idea geniale si chiama Alvaro Vitali, comico selvaggio, che a trent’anni esatti ne potrebbe anche dimostrare quindici e che ha il grembiule di Pierino cucito addosso (come Anthony Perkins quello di Norman Bates, e come Frenandel quello di Don Camillo) e che purtroppo per lui non riuscirà più a scucirselo, nemmeno adesso che di anni ne ha sessanta. Ma c’è anche un antefatto: Alvaro sui banchi di scuola ce lo ha messo sette anni prima niente meno che Federico Fellini, che gli fa interpretare Naso, uno degli studenti sporcaccioni di Amarcord, premio Oscar. Da lì, il tema della scuola ispira la commedia erotica, nata l’anno dopo (1975), con L’insegnante di Nando Cicero. La genesi ce la spiega Marco Giusti, che ricorda i tre elementi che si fondono per dare vita al nuovo genere: la Sicilia pruriginosa stile Malizia con onorevole corrotto stile Giovannona Coscialunga (anche qui interpretato da Vittorio Caprioli), la Fenech come dirompente bellezza autoironica (anch’essa proveniente da Giovannona), e il tema della scuola, appena trattato da Fellini, con Alvaro studente somaro e scureggione. Da lì in poi e per sei anni è un tripudio di dottoresse, infermiere e supplenti il più svestite possibili ed accompagnate da Banfi, Montagnani e Carotenuto, con Alvaro sempre tra i banchi di scuola (a volta anche come bidello e professore), fino appunto a Pierino, il punto di non ritorno.
      Pierino è innamorato della supplente e provoca continuamente incidenti alla maestra cessa per farla sostituire. Nel frattempo trova un cane e se lo porta sempre dietro, aiuta il padre e la madre all’osteria, combinando però solo casini, e rovina la festa di fidanzamento della sorella.
La trama, comunque, non c’è. Sono barzellette, per lo più legate alla merda ed alle scuregge, sceneggiate alla bell’e meglio e magistralmente interpretate da Alvaro, con la sua mitica risata da ebete: “Prrrrrrrrrrr – Mamma che cos’era quel rumore? – Niente, era il cannone che annuncia il mezzogiorno – A signo’, guardi che deve regolare il culo, chè va un quarto d’ora avanti!”. Roba immortale, destinata a non tramontare mai. E con un cast di supporto tagliato per quella parte: il vecchio Riccardo Billi è il nonno reduce di guerra e rincoglionito, il mitico Enzo Liberti il padre oste, Sofia Lombardo la maestra brutta, il doppiatore Michele Gammino il maestro di ginnastica e Michela Miti diciottenne la supplente bona, alla quale cadono i fogli dalla cattedra e Pierino e due compagni si gettano sotto il tavolo per raccoglierli e guardarle le mutande. “Tu cos’hai visto? – Niente, il polpaccio e il ginocchio – Una settimana di sospensione! E tu cos’hai visto? – Io, un po’ più in su – Un mese di sospensione. E tu Pierino cos’hai visto? – E io è meglio che ritorno ‘st’altr’anno!”. E poi ogni barzelletta ha un caratterista come contraltare di Alvaro: Vincenzo Crocitti è l’uomo morsicato alle palle dal serpente, Giulio Massimini il consuocero, Francesca Romana Coluzzi la donna che ha paura dei gatti, Enzo Robutti il ferramenta pignolo, Enzo Garinei il cliente scocciato, Dino Cassio il tassinaro stronzo, Salvatore Baccaro l’uomo che guarda la partita al flipper, Franco Caracciolo la checca al bar, Alfredo Adami il bidello Alfonso (“Alfonso? – Siii? – Nun fa lo stronzo!”).
   La fotografia terribile magnifica l’arte di Alvaro, che lancia il tormentone “Col fischio o senza?”. L’altro tormentone è il tema della sigla, per ora solo musicale, che resterà nell’immaginario collettivo fino ai giorni nostri. Rivisto oggi funziona e continua a funzionare: è il primo vero barzelletta movie riuscito italiano. Altro che i Vanzina!